Luigi Anchisi

Pensa, credi, sogna e osa

La mia storia — L'arte a portata di mano

La possibilità concreta di realizzare un sogno è una certezza che ha sempre accompagnato la mia vita, orientando le mie scelte. Ho attraversato momenti difficili e affrontato problemi che sembravano insormontabili, ma ho cercato di vivere ogni avventura fino in fondo, con passione e tenacia.
Non mi sarei mai aspettato che la curiosità per i materiali e il piacere di costruire le cose mi avrebbero condotto all’arte. E, soprattutto, non avrei immaginato da dove sarebbe cominciato tutto.
La mia compagna, insegnante di sostegno, stava spiegando ai suoi alunni la ziqqurat e la Porta di Ishtar. Nella classe c’era un bambino non vedente. Ascoltandola raccontare il suo lavoro, continuavo a farmi una domanda: come poteva quel bambino immaginare ciò che gli veniva descritto, senza poterlo vedere?

Così ho provato a costruire una risposta.

Ho realizzato in polistirene una ziggurat e una Porta di Ishtar, perché potesse esplorarle con le mani, seguirne i contorni, riconoscerne i volumi e farsi un’idea della loro forma. Quel tentativo ha funzionato e mi ha spinto ad andare oltre.
Lui era romanista, io laziale. Ma per una volta il tifo non contava: gli ho costruito uno Stadio Olimpico con gli spalti, i giocatori del Subbuteo e persino l’audio dello speaker che annunciava le formazioni. Lui allo stadio ci andava davvero, a seguire la Roma. Io volevo portargli tra le mani anche la forma di quel luogo.
È stato felicissimo. E per me è nato tutto lì.
Mi sono chiesto: se potevo rendere esplorabili un monumento e uno stadio, potevo fare qualcosa di simile con un quadro? Come potevano le persone non vedenti avvicinarsi alla pittura attraverso il tatto?
Ho iniziato così a reinterpretare in rilievo opere di Haring, Matisse, Miró, Mondrian e altri artisti. Ritagliavo lastre di polistirene estruso con un filo di ferro riscaldato, dipingevo i singoli elementi con colori acrilici e li incollavo sulla tela. Le forme acquistavano spessore, si distinguevano nello spazio, diventavano percorsi da seguire con le dita.
Alla mia prima mostra, i quadri non si potevano soltanto guardare: si potevano, e si “dovevano”, toccare. Invitavo le persone a chiudere gli occhi, a esplorarli con le mani e a cercare di riconoscerne le forme. Il gesto che normalmente si evita davanti a un dipinto diventava il punto di partenza dell’incontro con l’opera.
Non avevo la pretesa di restituire attraverso il tatto tutto ciò che racconta un’immagine. Volevo offrire una possibilità in più: avvicinarsi alle forme, scoprirne le relazioni, costruirne una propria immagine.
Da quella prima esperienza la mia ricerca è continuata. Alle reinterpretazioni si è affiancata l’esigenza di dare forma alle mie idee, cercando ogni volta il materiale e il gesto più adatti. Al polistirene si sono aggiunti il legno, le banconote da un dollaro, il ferro e la iuta. Il ritaglio, la sovrapposizione e l’assemblaggio sono diventati modi diversi di esprimermi, di uscire dagli schemi e di trasformare un’intuizione in qualcosa di concreto, tangibile.
Non sono partito con l’idea di diventare un artista. Sono partito da una domanda, dal desiderio di costruire qualcosa per un bambino. È stato il fare, un’opera dopo l’altra, a portarmi fin qui.
Oggi spero che chi incontra un mio lavoro possa provare un’emozione, fermarsi per curiosità, trovare qualcosa che gli appartiene. E spero di poter raccontare, davanti a una mia opera, anche le emozioni che mi hanno accompagnato nel realizzarla.

Devo tutto a lui, e non lo dimentico. Ogni volta che realizzo un’opera, il mio pensiero torna a quel bambino: è da lui che tutto è cominciato, e la sua presenza continua ad accompagnarmi in ogni nuova creazione.

Mi sento vivo nel momento in cui ho un’idea, felice mentre la realizzo, in pace quando ho finito.

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